conosci

Paesi | Europa | Europa meridionale | Italia

Carta d'identità

Bandiera:
Capitale: Roma
Area del Paese in chilometri quadrati: 301340
Numero degli abitanti del Paese per ogni chilometro quadrato: 195
Forma di governo: Repubblica
Data dell'indipendenza: 17 marzo 1861 (proclamazione del Regno d'Italia; completa unificazione nel 1870)
Moneta: Euro

Spazio fisico

Testo completo:

Così come si è venuto delineando dopo le vicende geologiche, il territorio italiano si presenta montuoso, vario, frammentato, povero di legami unitari. Esso è interessato infatti da due catene montuose, le Alpi e gli Appennini, che ne formano le strutture portanti e che gli conferiscono un elevato grado di montuosità. Soltanto il 23,2% del territorio nazionale è formato da pianure o superfici pianeggianti, mentre il 41,6% è occupato da zone collinari e il 35,2% da montagne. In tal senso l'Italia ha la sua espressione fisica più caratteristica nel paesaggio collinare, specie in quello dell'Italia Centrale, che è stato lo sfondo delle antiche civiltà nate sul territorio italiano e che ospita le forme più tipicamente italiane dell'umanizzazione della natura, del rapporto tra natura e cultura così come si è delineato nei secoli passati.

Pianura Padana. Oggi l'area che ospita le attività più significative e la culla stessa dell'Italia moderna è la Pianura Padana, la più vasta e continua delle superfici pianeggianti del territorio italiano che prosegue verso est nella pianura veneta, sua appendice compresa tra l'Adriatico e le Alpi Orientali. A grandi linee si riconoscono in essa un'alta pianura e una bassa pianura. La prima è formata dai grandi conoidi allo sbocco delle valli, nei quali si inseriscono, lungo il pedemonte alpino, gli apparati morenici dei ghiacciai pleistocenici; i conoidi sono stati incisi e terrazzati in epoche post-pleistoceniche e oggi rappresentano le sezioni più elevate della pianura. Sono costituiti da terreni ciottolosi e argillosi, materiali grossolani depositati per primi dai fiumi, ciò che spiega l'aspetto vegetale piuttosto povero di gran parte dell'alta pianura, occupata da macchie arbustive (brughiere, magredi ecc.). Dove questi suoli finiscono si ha il passaggio verso la bassa pianura, area di sedimentazione con coltri fini. La fascia di passaggio tra le due aree corrisponde alla linea delle risorgive, una direttrice importante nella geografia padana, soprattutto ben marcata dalla parte alpina, mentre sul lato appenninico il fenomeno delle risorgenze idriche è meno vistoso. La bassa pianura, in origine area di inondazioni, è stata progressivamente conquistata dall'uomo; sono state bonificate le zone paludose e rinforzati gli argini dei fiumi che, nei tratti finali presso la costa adriatica, scorrono pensili. La parte più depressa della pianura è indicata dal corso del Po, sensibilmente spostato verso sud, che con pendenza debolissima affluisce alla costa. Questa, come tutte le coste basse, dove non c'è soluzione di continuità morfologica tra fondi marini e terra emersa, è orlata da lagune che l'uomo in alcuni casi ha difeso (come quella di Venezia) deviando il corso dei fiumi ed eliminando quindi gli apporti detritici, e in altri casi ha contribuito a obliterare (è il caso delle valli di Comacchio).

 

Arco alpino centrale. L'arco alpino che orla a nord la Pianura Padana rientra nel territorio italiano con il versante meridionale, tranne alcune appendici (la più estesa è il Canton Ticino). Dal punto di vista strutturale gran parte di questo versante è costituito dalle cosiddette Alpi Meridionali, la grande fascia prevalentemente formata da rocce sedimentarie calcaree che si estende a sud della linea tettonica della Valtellina e che verso est comprende la stessa area dolomitica oltre che le Prealpi Venete. Orograficamente si presenta molto movimentata e varia per la presenza di fratture e piegamenti. Nella fascia più meridionale, dove dominano le morfologie carsiche, specie nelle Prealpi Venete, i rilievi non sono molto elevati e in genere superano di poco i 2.000 m. Più internamente i 3.000 m sono superati dalle cime maggiori delle Dolomiti (Marmolada, 3.342 m) e delle Alpi Orobie. Tra queste due aree montagnose si eleva il massiccio granitico dell'Adamello , grande etmolite che frappone le sue morfologie glaciali entro una più varia successione di forme montuose. Morfologie glaciali si trovano anche nelle aree prealpine, solcate nel Pleistocene dai grandi ghiacciai emanati da bacini alpini più interni. Oggi alcuni degli antichi solchi sono occupati da laghi (Maggiore, di Como, di Garda) sbarrati dai depositi morenici sul lato della pianura. Con le sue vallate che si aprono verso la pianura, la fascia delle Alpi Meridionali rappresenta la parte più agevole e popolata dell'area alpina. I solchi maggiori che incidono le Alpi Meridionali sono quelli corrispondenti al Lago di Como, che continua poi longitudinalmente nel solco della Valtellina, le valli orobiche, la Val d'Adige (una delle maggiori valli alpine, dal tipico andamento trasversale), le valli del Piave e del Brenta nella sezione orientale. Esse hanno funzionato da vie di penetrazione e di arroccamento e rappresentano linee fondamentali nella geografia dell'area alpina.

 

Alpi Occidentali. Le altre aree morfo-strutturali delle Alpi sono quella pennidica e quella austroalpina. La prima comprende tutte le Alpi Occidentali a partire dai primi rilievi della pianura piemontese (mancano qui le Prealpi vere e proprie) e si stende verso l'interno e verso nord fino a comprendere i massicci del Monte Rosa e i gruppi posti alla destra orografica della Valtellina. Resta escluso invece il Monte Bianco, massiccio granitico che si considera "esterno". Nell'area pennidica dominano le formazioni scistose e perciò si hanno morfologie rapidamente degradabili, legate al glacialismo. Elemento di spicco nell'area pennidica è rappresentato dalla massa ofiolitica del Monviso , con la sua gugliata piramide che domina la sezione occidentale dell'arco alpino. Tra le valli che penetrano nell'area pennidica la principale è quella d'Aosta, solco trasversale che incide per intero le masse gneissiche della catena fino a incrociare il solco tettonico rappresentato dalle opposte valli di Ferret e di Veni, che separa il Monte Bianco dall'area pennidica. A questa strutturazione si deve il notevole sviluppo della Val d'Aosta, che rende accessibile la sezione più interna della catena, con un grande vantaggio per le comunicazioni una volta traforato il massiccio del Bianco.

 

Area austroalpina. L'area austroalpina rientra nel territorio italiano con una porzione limitata rappresentata dalla parte superiore del bacino dell'Adige: vi predominano le formazioni granitiche e porfiritiche che però lasciano scoperte ampie aree sedimentarie. Anche qui prevalgono le forme glaciali, che hanno come primo riferimento le valli (dell'Adige, dell'Isarco) confluenti nel solco trasversale atesino. Complessivamente, riguardando l'area alpina, si nota come essa sia aspra ed elevata nella sezione occidentale, dove oltre tutto lo spartiacque è più vicino alla Pianura Padana, e come sia più aperta e ampia nella sezione orientale. In rapporto a ciò si spiegano il diverso sviluppo vallivo tra le varie parti dell'arco alpino e la diversa consistenza della fascia prealpina e collinare, ampia e distesa nel tratto veneto, man mano restringentesi passando dalla sezione centrale e quella occidentale.

 

Fascia collinare appenninica. A sud la Pianura Padana è delimitata dalla vasta fascia collinare appenninica, che si estende dalle Langhe praticamente sino allo scoglio miocenico di San Marino in Romagna. Questa fascia, di terreni per lo più arenaceo-marnoso-argillosi del Cenozoico recente, è solcata da valli che giungono sino allo spartiacque appenninico, ma la morfologia non è mai aspra, proprio per la facile degradabilità delle formazioni rocciose. Lo spartiacque, facilmente superabile, è dominato da rilievi non più alti di 2.000 m, se si eccettua il monte Cimone (2.165 m).

 

Appennino settentrionale e centrale. La configurazione dell'Italia peninsulare è impostata sulla catena appenninica, con la sua caratteristica asimmetria e il suo sviluppo a grandi archi. La parte settentrionale forma un arco che dalla Liguria, attraverso l'Appennino Tosco-Emiliano, continua fino all'Italia centrale, presentando un versante molto ampio sul lato tirrenico; all'interno di quest'arco si trova un'area preappenninica, corrispondente al cosiddetto Antiappennino toscano, che prosegue verso sud in quello romano o laziale. Si tratta di una zona formata da rilievi marginali, calcarei, come le Alpi Apuane, o da rilievi vulcanici come il Monte Amiata, il più settentrionale degli apparati endogeni della fascia tirrenica tosco-laziale-campana. L'Appennino vero e proprio ha anche in quest'arco una morfologia mai aspra, data la costituzione geologica di terreni arenaceo-argillosi recenti. Elemento tipico è una serie di solchi longitudinali nei quali si inscrivono la valle del Tevere e l'alta valle dell'Arno, che poi svolge il suo corso in una spaziosa pianura. La sezione appenninica centrale, tra Marche e Abruzzo, è caratterizzata dai massicci calcarei (il più alto dei quali è il Gran Sasso d'Italia ) che si elevano in vicinanza della costa adriatica, tra una serie di conche o aree depressionarie, risultato di una tettonica tormentata e non ancora assestata. Con il loro aspetto dolomitico, dirupato, essi dominano le sottostanti addolcite dorsali di argille plioceniche che si distendono verso l'Adriatico, normali alla costa. Verso il Tirreno il rilievo è meno coordinato e rotto in una serie di bacini fluviali che convergono verso il corso del Tevere, il quale tende alla costa aprendosi la strada tra le superfici vulcaniche, molto estese, della regione laziale.

 

Appennino meridionale. La sezione meridionale dell'Appennino si riavvicina al Tirreno con i massicci calcarei campani, ai quali presso la costa si giustappone l'area vulcanica intorno al Golfo di Napoli. Sul lato adriatico invece il rilievo appenninico si spegne, attraverso le dorsali delle Murge, nel tavolato calcareo pugliese, che si corruga a nord formando la caratteristica penisola del Gargano. Sul versante ionico riappaiono le formazioni argillose, che formano gli ammanti periferici intorno ai massicci calcarei, il più meridionale dei quali è il Pollino . Con questo monte inizia la zona del massiccio calabro-peloritano, cioè una zolla di terreni granitici, antichi, la cui morfologia, che dipende dai recenti sollevamenti, è impostata su linee mature che scendono però a gradini verso la costa.

 

Rilievi siciliani e sardi. Al di là dello Stretto di Messina, dopo l'appendice granitica dei Peloritani , riappaiono le forme carsiche nelle Madonie, e nel resto dell'isola riprendono le morfologie argillose, se si esclude l'area vulcanica etnea. Nella Sardegna le forme sono legate per larga parte alle vecchie strutture granitiche, come quelle calabre, dominanti nelle sezioni orientali e settentrionale; in quella occidentale il rilievo è formato dagli espandimenti vulcanici recenti. Nel complesso predominano le linee aperte, con rilievi isolati, indice di paesaggi antichi.

 

Coste. Data la conformazione montuosa della sezione peninsulare, l'Italia ha coste prevalentemente rocciose o con brevi strisce sabbiose lungo le scarpate collinari; coste basse si trovano soltanto in corrispondenza delle poche pianure alluvionali che si aprono verso la costa: la pianura toscana, quella laziale, quella campana; non mancano tratti portuosi, però in questo caso l'entroterra è angusto e frammentato. La costa bassa più estesa è quella dell'alto Adriatico, margine dell'entroterra più grande e unitario del territorio italiano; ma essa è naturalmente la meno portuosa, se si esclude Trieste, che però fa parte della regione istriana. Complessivamente le coste si sviluppano per circa 7.500 km, comprese le isole. Tra queste, oltre alle maggiori (Sicilia e Sardegna) sono nell'Adriatico le Tremiti, nel Tirreno l'Arcipelago Toscano, le isole Ponziane, Partenopee, Eolie, Egadi.

 

CLIMA

 

L'Italia presenta climaticamente una notevole varietà di situazioni, che dipendono dalla sua movimentata orografia, dal suo notevole sviluppo latitudinale, dalla presenza dei mari da un lato e di un arco montagnoso come le Alpi dall'altro.

 

Mediterraneità. La mediterraneità è comunque il carattere fondamentale del suo clima, carattere che si riassume in quella solarità, in quella mitezza dell'aria, in quella luminosità del cielo su cui esiste tutta una mitologia ma che nella realtà è spesso smentita. In ogni caso le condizioni variano sensibilmente passando dalle coste alle zone montuose dell'Italia peninsulare, come pure passando da sud a nord del Paese, dove la Pianura Padana ha un clima temperato continentale dagli aspetti peculiari; senza contare le Alpi, dove si hanno tutte le condizioni climatiche, alle varie altitudini, che si riscontrano passando dalle latitudini temperate a quelle polari. Le masse d'aria che regolano il clima dell'Italia sono fondamentalmente quelle continentali provenienti da nord-est, quelle marittime tropicali da sud-ovest e quelle marittime polari che alimentano le correnti occidentali. A esse si connettono le diverse situazioni bariche e venti caratteristici come la bora , il Föhn, il maestrale, lo scirocco . Gli influssi delle masse d'aria variano secondo le stagioni e secondo la latitudine. Così le masse d'aria continentali provenienti da nord-est si manifestano soprattutto nell'Itàlia settentrionale e d'inverno, quando si elevano le pressioni sulle superfici continentali, mentre nel bacino mediterraneo si formano aree depressionarie. La tipica situazione invernale dell'Italia è quindi con bel tempo e basse temperature nel Nord (nella Pianura Padana spesso si hanno formazioni nebbiose) e cattivo tempo con temperature non rigide al Sud. D'estate si hanno invece alte pressioni nel bacino mediterraneo (condizione anticiclonica) e quindi bel tempo stabile, lunghi periodi siccitosi in tutto il Sud, con frequenti manifestazioni temporalesche al Nord, soggetto agli influssi d'aria fresca occidentali, soprattutto sui rilievi alpini. A queste condizioni generali delle stagioni solstiziali succedono situazioni intermedie nelle stagioni di trapasso, primavera e autunno. Nel Nord queste sono di regola le stagioni più piovose, mentre nel Sud si ha un prolungamento delle rispettive condizioni invernali ed estive, secondo i caratteri propri del clima subtropicale mediterraneo. La mediterraneità si fa più accentuata verso sud.

 

Temperature. Le condizioni generali del meccanismo climatico stagionale influenzano in certa misura il regime e la distribuzione delle temperature, accentuando o mitigando le tipiche situazioni locali legate all'altitudine, alla vicinanza o meno al mare, all'esposizione ecc. Le temperature più basse si hanno, d'inverno, con lo spirare dei venti continentali da nord-est: esse registrano le punte minime nelle Alpi Orientali dove il termometro scende d'inverno fino a -20 °C nelle vallate. Nella Pianura Padana i valori inferiori allo zero sono frequenti, e ciò si verifica soprattutto quando si stabilisce la cosiddetta inversione termica con mari di nebbie basse e persistenti: a Milano le medie del mese più freddo, gennaio, sono di appena 2 °C, che si abbassano di poco a Torino, in posizione più continentale, e aumentano a Venezia (4-5 °C). Eccezionalmente elevate sono peraltro le temperature invernali nella Riviera Ligure, con i 10 °C di Sanremo. Valori relativamente alti, data la continentalità del clima padano, si hanno d'estate; le medie del mese più caldo, luglio, sono di 25 °C a Milano e di poco inferiori a Venezia e nell'arco costiero veneto influenzato in modo non rilevante dall'Adriatico, che è un mare poco profondo. L'escursione termica annua nella Pianura Padana è quindi sensibile, così come lo è quella giornaliera. Nell'Italia peninsulare le condizioni termiche variano sensibilmente da nord a sud dalle coste all'interno. Nel mese di gennaio la sezione interna appenninica è compresa nell'isoterma di 4 °C (a Firenze le medie oscillano tra 4-5 °C e all'Aquila tra 1-2 °C), mentre nelle zone più vicine alle coste si mantengono sui 6-7 °C, valore di Roma; a Palermo le medie sono di 10-11 °C. Di luglio su gran parte dell'interno della penisola si hanno medie comprese tra i 22 e i 24 °C, con valori più bassi nelle zone appenniniche (all'Aquila 21 °C) e valori oscillanti tra i 25 e i 26 °C nelle fasce costiere, anche delle isole; ciò dimostra una notevole uniformità di condizioni dovuta, soprattutto nel Tirreno, all'azione del mare, azione che si misura anche nella non elevata escursione termica giornaliera e stagionale (quest'ultima a Palermo e a Roma è rispettivamente di 14 °C e 18 °C).

 

Precipitazioni. Per quanto riguarda le distribuzioni delle precipitazioni esistono forti differenze in funzione soprattutto del rilievo. Nelle zone alpine e appenniniche oltre i 1.000 m si hanno medie annue superiori ai 1.000 mm, che si abbassano in misura diversa nella Pianura Padana (a Milano le medie sono intorno agli 850 mm) e nelle zone collinari e costiere della penisola, dove si passa dagli 800-900 mm di Firenze ai 600-700 mm di Bari e ai 500-550 mm di Palermo. Le zone più piovose d'Italia sono quelle meglio esposte agli influssi marittimi: le Prealpi Venete (che nell'Udinese e nel Vicentino raggiungono il valore massimo per l'Italia, con circa 3.000 mm, sostanzialmente dovuti alle precipitazioni temporalesche estive) e le Alpi Apuane. La zona maggiormente soggetta a siccità è la costa meridionale sicula, dove si possono avere poco più di 100 mm annui; assai scarsa è anche la piovosità di certe zone pugliesi (per esempio il Tavoliere); in tutta l'Italia meridionale in genere le precipitazioni non sono abbondanti, però agli effetti antropici ha soprattutto importanza la loro distribuzione: la lunga e secca stagione estiva, alternata ai brevi periodi piovosi invernali, è all'origine di molti aspetti negativi della vita meridionale, tra cui le difficoltà dell'agricoltura, la povertà degli ammanti forestali già in passato degradati dall'uomo, la forte erosione di molti terreni. Nelle zone montuose le precipitazioni nevose sono abbondanti oltre i 2.000 m di altitudine soprattutto nelle Alpi (dove cadono fino a 7-8 m all'anno); il limite delle nevi perenni si fissa attualmente poco sopra i 3.000 m.

 

Flora. Dal punto di vista fitogeografico l'Italia si trova nel luogo d'incontro di due domini floristici, quello mediterraneo e quello centreuropeo. In conseguenza di ciò e per le diversità climatiche in senso sia della latitudine sia dell'altitudine, la vegetazione si presenta quanto mai varia e ricca di specie. A tutto questo si aggiunga l'opera dell'uomo, distruttrice in taluni punti, sostitutiva in altri con l'introduzione di specie esotiche (per esempio cereali nel periodo neolitico, agrumi dal periodo romano al XIV secolo, mais e patata in epoche recenti). Solo in poche zone la flora è rimasta nei suoi insediamenti spontanei (Alpi, riserve naturali e parchi nazionali). Comunque, in genere, si suole suddividere l'Italia floristica in quattro regioni: mediterranea o litoranea, appenninica, padana e alpina. Nella prima, che oltre alle fasce costiere liguri-tirreniche, comprende anche le isole, la vegetazione spontanea è costituita generalmente da boschi di leccio, pini (domestico, marittimo e di Aleppo), ai quali si aggiungono il carrubo, il corbezzolo, il lentisco, querce, ginepri ed eriche; nelle zone più scoperte si trovano anche timo, rosmarino e ginestre; oltre a queste, e anche nei sottoboschi, varie specie di salvia ed euforbie, il mirto, la lavanda e altre; non mancano inoltre lauro e cipressi (questi ultimi specie in Toscana). La regione appenninica nel suo piano basale si confonde con quella mediterranea oltre a presentare oliveti, querceti caducifogli e castagneti; nella zona montana passa dalla faggeta e abetina mista alla faggeta pura o con conifere mediterraneo-montane e a zone residue di pecceta; nel piano culminale vivono ginepri nani, cariceti e festuceti. Nella regione padana la vegetazione spontanea ha ceduto quasi totalmente ai coltivi; rimangono ancora allo stato naturale pochi settori (brughiere) del Piemonte e della Lombardia e l'alta pianura e i magredi del Friuli, caratterizzati da boschetti di rovere, farnia, roverella, nocciolo, aceri, pioppi, betulle, salici, carici, giunchi, ericacee. Infine la regione alpina con il piano basale di lecci e olivi; il piano montano con faggi, abeti e larici, e il piano culminale che passa dai rododendri e pini montani ai cariceti e festuceti, ai saliceti nani e infine a muschi e licheni.

 

Fauna terrestre. A causa della sua varia altimetria, il territorio italiano ospita un grande numero di specie animali, anche se alcune sono minacciate di estinzione dalla presenza, sovente distruttrice, dell'uomo. Alcune specie si sono salvate solo grazie all'istituzione di parchi nazionali o riserve: per esempio stambecchi, camosci e aquile reali nel Parco del Gran Paradiso; cervi, camosci e caprioli in quello dello Stelvio; l'orso bruno e il camoscio nell'Abruzzo; mufloni e daini nel Gennargentu. In genere è possibile suddividere l'Italia in piccole zone faunistiche quali quella alpina; quelle di monte e pianura, generalmente accomunate per la difficoltà di una netta distinzione; quelle litorale, marina e delle acque interne. Da queste molti autori distinguono la Sardegna data la presenza di specie particolari (mufloni, caprioli, daini, cervi, alcuni avvoltoi, la foca monaca lungo le sue coste) e l'assenza completa di vipere e rane. Tra la fauna di monti e pianure si possono trovare: cinghiali, lepri, scoiattoli, ghiri, istrici, ratti, lupi, volpi, martore, faine, tassi, donnole, ricci, toporagni; fra gli uccelli, galli cedroni, quaglie, pernici, fagiani, beccacce, colombi, cuculi, passeri, merli, tordi, capinere, fringuelli, oltre a rapaci diurni (falconi, gheppi, poiane, nibbi) e notturni (gufi, civette, allocchi); tra i rettili vari boigidi, colubridi, viperidi, sauri e testuggini. La fauna litorale, rimanendo sempre nel campo dei Vertebrati, è caratterizzata soprattutto da beccacce di mare, voltapietre e piovanelli.

 

Fauna acquatica. La fauna delle acque interne, assai ricca di specie, è dominata dai Ciprinidi, ai quali si aggiungono, tra gli altri, il luccio, il persico, l'anguilla, la trota. Un certo numero di specie ittiche italiane è stato introdotto da altri Paesi europei (coregone) o dall'America Settentrionale (persico, trota, pesce gatto, persico sole, trota iridea). Due sono i pesci autoctoni esclusivi delle acque interne italiane: il carpione del Lago di Garda e la trota marmorata degli affluenti di sinistra del Po. Tra gli uccelli, numerosi sono ancora aironi, anatre, folaghe, rane, rospi, bisce dal collare, che popolano rive, stagni, laghi. Fra gli anfibi acquatici, degno di menzione è il proteo, proprio delle acque sotterranee del Carso. La fauna marina è quella tipica del Mediterraneo, mare notoriamente contraddistinto da una produttività assai bassa esprimentesi con una notevole ricchezza di specie e con una forte modestia di biomassa. Lungo le coste d'Italia questa situazione è stata portata talora alle estreme conseguenze non solo in seguito alla pesca, ma anche in seguito agli inquinamenti, tanto che solo per poche specie (acciuga, sardina, spratto, aguglia, sgombro, sugherello, tonno ecc.) si dà ancora la possibilità di cattura in massa. Oltre ai pesci e alla già citata foca monaca, val la pena di ricordare il delfino, l'unico dei cetacei ancora abbastanza numeroso, e alcune tartarughe fra cui la caretta.

 

IDROGRAFIA

 

Orograficamente frammentata, l'Italia ha un'idrografia centrata su fiumi numerosi ma complessivamente molto modesti per quanto riguarda sviluppo del bacino e portata.

 

Bacino del Po. Il Po raccoglie le acque del più esteso e unitario bacino del Paese, quello compreso per circa 75.000 km2 Adige (che però in epoche remote confluiva nel Po) e i fiumi veneti. La rete idrografica imperniata sul Po è formata da fiumi alpini e fiumi appenninici, tra loro diversi per regime e sviluppo del bacino. I fiumi alpini (Dora Baltea, Ticino, Adda) hanno un bacino complessivamente più esteso e idrograficamente reso complesso dalla presenza dei grandi laghi prealpini, che occupano gli invasi degli antichi ghiacciai pleistocenici, quali il Lago Maggiore (nel bacino del Ticino), il Lago di Como (bacino dell'Adda), il Lago d'Iseo Oglio) e il Lago di Garda (del Sarca-Mincio). In generale gli immissari dei laghi hanno regime alpino, legato cioè all'alimentazione nivale e glaciale; ma i laghi fungono da regolatori e rendono più costante la portata degli emissari, i quali però sono soggetti al ritmo delle precipitazioni stagionali, prevalentemente autunnali e primaverili. Regime nettamente determinato dalle precipitazioni, con portate estive debolissime ed elevate in autunno e primavera, hanno gli affluenti appenninici (i principali sono il Tanaro, che è però in parte anche alimentato dalle Alpi, il Trebbia , il Secchia, il Panaro): da ciò i loro ampi greti che si aprono verso la pianura. Tutti gli affluenti del Po hanno un corso orientato verso est, e ciò in rapporto alle formazioni di caratteristiche penisole di confluenza, come quella che ha portato l'Adige a sviluppare una sua propria foce. Adige e fiumi veneti hanno un regime misto, alpino nella parte superiore del loro corso, prealpino, cioè legato all'alimentazione nivale e alle precipitazioni stagionali, nella parte mediana: ciò in misura più spiccata procedendo verso est. tra le Alpi e gli Appennini. Nell'area alpina e padano-veneta bacini autonomi formano l' (bacino dell'

 

Bacini peninsulari. L'idrografia della penisola ha i suoi fiumi meglio organizzati nell'Arno e nel Tevere, morfologicamente impostati nei solchi longitudinali dell'Appennino. L'Arno, che in epoche remote, attraverso la Val di Chiana, si immetteva nel Tevere, svolge ora il suo corso in modo capriccioso, formando la grande ansa (Valdarno) che termina a Firenze, superata la quale fa il suo ingresso nella pianura che si amplia verso la costa a sud della Versilia. Il regime dell'Arno è appenninico, con portate massime concentrate tra l'autunno e l'inverno, minime estive. Eguale regime ha il corso superiore del Tevere, che per un lungo tratto, fin oltre la Valle Tiberina, è un fiume modesto e povero d'acqua; si arricchisce notevolmente dopo gli apporti dei fiumi che scendono dagli alti massicci dell'Appennino centrale, tra la Nera (col suo subaffluente Velino) e l'Aniene. Questi hanno anche una buona alimentazione nivale, in primavera, e sono comunque relativamente ricchi di acque. Sul lato adriatico i fiumi hanno sviluppi modesti (il principale è l'Aterno-Pescara) e i loro corsi, normali alla costa, si succedono regolari e tra loro paralleli. Anche nell'Italia Centrale un importante elemento idrografico è rappresentato dai laghi; tra questi il maggiore è il Trasimeno, che occupa una depressione ai margini della Val di Chiana (un tempo anch'essa lago), ma caratteristici sono i laghi craterici (di Bolsena ecc.), ben indicati dalla loro forma circolare. Nell'Italia Meridionale i fiumi maggiori sono quelli campani (il Volturno e il Sele) e quelli della Basilicata che sfociano nel Golfo di Taranto (Bradano, Basento), mentre un'idrografia vera e propria manca in gran parte della regione pugliese, date le sue strutture carsiche. I fiumi dell'Italia meridionale alternano una grande povertà delle portate estive con forti e improvvise piene del periodo invernale, com'è proprio del regime delle precipitazioni dell'area mediterranea; espressione caratteristica di questa mediterraneità dell'idrografia meridionale sono le fiumare , con i loro ampi greti ghiaiosi. Si tratta di corsi a regime torrentizio, male incanalati e soggetti a piene rapide e tumultuose; trasportano grandi quantità di detriti che, specialmente in Basilicata, sono strappati a versanti già intaccati dall'erosione a calanchi.

 

Corsi d'acqua delle isole. Eguali caratteri ha l'idrografia nelle isole (Simeto, Tirso); in generale, in tutta l'area meridionale, alla povertà estiva di risorse idriche si può rimediare con la costruzione di dighe che, oltre a tesaurizzare le acque, servono anche a regolare un regime dagli squilibri stagionali così forti (laghi artificiali di Omodeo in Sardegna, di Ampollino in Calabria).

Ambiente umano

Testo completo:

Insediamenti preistorici. Il popolamento umano dell'Italia doveva essere già relativamente avanzato nel Paleolitico superiore, come testimoniano i numerosi reperti di quell'epoca. La maggior parte delle stazioni si collocano lungo le coste e, nell'Italia continentale, sulle prime pendici prealpine e appenniniche, in quanto la Pianura Padana era allora ancora paludosa, impraticabile, dominio di fiumi selvaggi. Nel Neolitico e nell'Eneolitico cominciano a prendere forma le prime linee di popolamento e di sedentarizzazione lungo le vie naturali di traffico, quelle stesse che resteranno fondamentali del tessuto antropico. Molti piccoli centri e città italiane sono sorti infatti sul luogo di antichi insediamenti preistorici, benché riferibili soprattutto all'Età del Bronzo e all'Età del Ferro, epoche in cui l'Italia era collegata, anche commercialmente, con l'esterno, da cui ricevette continui apporti culturali secondo le direttrici illirica, iberica e mediterranea. L'Età del Ferro attivò culturalmente certe aree, tra cui l'Italia centrale, dove prese vita poi la civiltà etrusca, mentre altre zone permasero attardate.

 

Etruschi e Romani. Agli Etruschi si deve la prima consistente attrezzatura urbana e viaria del Paese, sfruttata successivamente dai Romani, la cui affermazione, dal punto di vista geografico, è stata sicuramente favorita dalla posizione della terra latina al centro dell'arco tirrenico che Roma poteva dominare. All'organizzazione romana si deve la creazione di un tessuto territoriale che strinse unitariamente il Paese, lo dotò di strade fondamentali, di città rimaste poi sempre come perni fondamentali e inalienabili della geografia italiana. Culturalmente omogeneizzò un Paese naturalmente frammentato, lasciando così un'eredità che neppure il Medioevo riuscì a dissipare.

 

Unità e diversificazione. Nell'Alto Medioevo il quadro geografico però si trasformò e i fuochi principali dell'organizzazione territoriale si spostarono nell'Italia Centrale e Settentrionale. Il Mediterraneo perse via via quelle focalità che aveva avuto fin dalle epoche preromane, esaltate nel Medioevo dall'affermazione islamica, e l'asse vitale del continente si delineò tra Firenze, Milano e l'Europa atlantica. È questo l'inizio di quella divisione tra l'Italia del Nord e l'Italia del Sud rimasta sino a oggi frutto di storia, di nuove aperture economiche e commerciali, e che a livello di organizzazione territoriale si spiega con il diverso imporsi del rapporto tra città e campagna, tra economia agricola ed economia urbana. Nel Sud permangono, con le strutture feudali, le città rappresentative, sedi del potere aristocratico, staccate dal mondo contadino, economicamente non attivato; nel Nord la città passa in mano alla borghesia commerciale e artigianale e instaura un vivace rapporto di scambi con il suo dintorno contadino. La stessa differente distribuzione delle città al sud e al nord, nell'Italia di oggi, è un riflesso di questa diversificazione politica ed economica avutasi nell'epoca medievale, con l'affermazione nel Nord delle città comunali, alcune delle quali anzi egemonizzarono l'economia dell'Europa, come Firenze, Milano, Venezia, Genova. Il fervore culturale del Rinascimento fu lo sbocco di questo momento, benché proprio allora l'Italia divenisse politicamente soggetta alle grandi potenze europee, frammentandosi in tanti piccoli Stati ed economicamente impoverendosi, specie nella parte meridionale, soggetta a una politica parassitaria, mentre il Nord, agganciato attraverso l'Austria all'Europa centrale, non perse i suoi patrimoni borghesi. L'unità politica non riuscì a cucire una geografia così lacerata e in certa misura accentuò il distacco tra Nord e Sud. Lo squilibrio si rivelò alla fin e del secolo scorso, con i primi flussi migratori indotti da un'economia incapace di assorbire quel surplus demografico che nel frattempo era andato accentuandosi.

 

Emigrazioni. Al primo censimento del 1861 la popolazione italiana superava di poco i 26 milioni di abitanti calcolata entro i confini attuali e 22 milioni di abitanti entro i confini dell'epoca (ai primi anni del secolo scorso, secondo certe valutazioni, era di 18 milioni, cifra di poco superiore a quella dei secoli precedenti, se si esclude il Seicento, con la sua grande decadenza economica e le sue epidemie di peste). Proprio dopo l'unità prese avvio quel grande incremento che agli inizi del nostro secolo (1901) portò la popolazione italiana a 33 milioni di unità, e poi a circa 36 milioni nel 1911. Ma già la grande emigrazione era nel suo pieno svolgimento. Nel Sud impoverito, ma anche nelle regioni meno sviluppate del Nord, come il Veneto, l'esodo ha rappresentato l'unico sbocco alle gravi difficoltà economiche, nella prospettiva di soluzioni di vita nuove e migliori all'estero. Negli ultimi decenni del secolo l'emigrazione (che nel periodo 1876-1900 interessò complessivamente 5.300.000 persone) era orientata verso i Paesi industriali europei, la Francia, il Belgio, la Svizzera, la Germania, raggiunti da circa 100.000 persone all'anno tra il 1876 e il 1890; ma già a partire dal 1890 l'emigrazione verso i Paesi transoceanici superò quella verso l'Europa: tra il 1891 e il 1900 partirono ogni anno per i Paesi d'oltreoceano più di 150.000 Italiani, che nel successivo decennio 1901-1910 diventarono 350.000. Le partenze aumentarono negli anni successivi e nel solo 1913, l'anno della più forte emigrazione, lasciarono l'Italia per le Americhe 560.000 persone, cui si de vono aggiungere 313.000 partenze per i Paesi europei. Dall'inizio del secolo al 1915 espatriarono 8-9 milioni di persone, la maggior parte delle quali originarie della Puglia, della Campania, della Sicilia, della Calabria e del Veneto; ne rimpatriarono in media un terzo circa. Dopo il 1914 si ebbe una rapida e fortissima diminuzione degli espatri, che cessarono quasi del tutto nel periodo bellico. Ma nel frattempo l'incremento demografico era ulteriormente salito, tanto che all'inizio della prima guerra mondiale la popolazione, nonostante gli esodi, superava i 38 milioni di abitanti.

 

Vicende demografiche. La grande guerra lasciò un'impronta incancellabile nella vicenda demografica italiana e ancor oggi nella piramide della popolazione c'è un vuoto nelle classi di età del 1914-1918. Nel 1921 però l'incremento demografico era tornato sui valori del 1900-1910, e tra il 1921 e il 1931 la media annua è stata dello 0,8%. L'emigrazione nel 1920 era fortemente ripresa (600.000 furono gli esodi), poi progressivamente soffocata dal regime fascista, che contribuì inoltre, con la sua politica di incentivazione demografica, a mantenere elevato il tasso d'accrescimento. Nel 1931 la popolazione era di circa 42 milioni, divenuti poco meno di 46 nel 1941, all'inizio dell'ultima guerra. Anche questa, con l'indotta diminuzione delle nascite, ha lasciato un'impronta nella piramide per classi d'età, ma non tanto sulla complessiva entità della popolazione; nel 1946 l'emigrazione verso l'estero è ripresa, volgendosi ora di nuovo più ai Paesi europei che a quelli transoceanici, tra i quali un posto di tutto rilievo ha assunto l'Australia. L'emigrazione è però calata fortemente dopo il 1960, con una media di circa 100-150 mila partenti annui e con 80-100.000 ritorni. I trasferimenti più importanti negli ultimi decenni sono stati quelli dei lavoratori del Sud diretti in Germania e in Svizzera. Ma oggi l'emigrazione non ha più incidenza sull'andamento demografico del Paese che si comporta alla stregua degli Stati maturi e progrediti, poveri di slancio demografico, con un tasso di incremento vicino allo zero.

 

Distribuzione della popolazione. La densità della popolazione è tra le più alte dell'Europa, ma la distribuzione è irregolare: si passa dai 425 abitanti/km 2 della Campania, dai 381 abitanti/km 2 della Lombardia, dai 299 abitanti/km 2 della Liguria ai 37 abitanti/km 2 della Valle d'Aosta, ai 61 abitanti/km 2 della Basilicata, ai 68 abitanti/km 2 della Sardegna. Questa ineguale densità è legata ai diversi sviluppi avuti dall'urbanesimo ma in primo luogo alle condizioni ambientali (altimetria, natura del suolo, disponibilità idriche ecc.) più o meno favorevoli alle attività economiche, all'agricoltura in particolare che è stata sempre la promotrice di ogni processo economico. L'area napoletana è un esempio di concentrazione promossa inizialmente dalla fertile terra campana, sostenuta poi dalle scelte politiche ed esaltatasi col parassitismo proprio dell'urbanesimo di alcune aree del Meridione. L'area milanese ha la sua prima promozione nella ricca agricoltura lombarda che ha incentivato via via l'urbanesimo e gli scambi e poi le attività industriali, basi dell'attuale elevata concentrazione umana della zona compresa tra Milano e i vicini laghi prealpini. Le regioni rimaste più emarginate, più lontane dai fuochi urbani, sono ancor oggi le meno popolate. Le grandi aree di forte popolamento sono il risultato di un processo di addensamento che ha portato via popolazione da un po' tutte le regioni italiane, e particolarmente da quelle rimaste più impoverite.

 

Migrazioni interne. La vicenda delle migrazioni interne non è meno imponente dell'emigrazione verso l'estero nella storia dell'Italia. Negli ultimi decenni è stato calcolato a oltre 6 milioni di persone l'esodo dal Sud verso il Nord: Torino e Milano sono state le città che hanno assorbito la maggior parte degli emigranti. La popolazione contadina del Sud è andata a ingrossare le periferie delle grandi città industriali del Nord (cui ha contribuito anche l'emigrazione dal Veneto e dalle aree montuose della regione alpina) e in misura considerevole anche di Roma, metropoli "terziaria" ingranditasi secondo i modi delle città parassitarie.

 

Urbanizzazione. Il processo di urbanizzazione ha interessato in diversa misura anche tutte le altre città. Con questo generale moto di inurbamento è andato in parte obliterato l'originario tessuto urbano, non solo per il formarsi di nuove cinture residenziali intorno ai vecchi quartieri centrali, ma anche perché è risultata spesso difficile la conservazione di nuclei storici spesso assai antichi. La vita urbana inizia infatti con l'età romana, cui si deve la prima strutturazione di molte città (tra le altre Firenze, Lucca, Verona, Milano, Torino) secondo le forme regolari impostate sul cardo e il decumano.

 

Struttura delle città. L'età comunale ha plasmato i nuclei centrali delle città dell'Italia centrale e settentrionale, insieme omogenei strutturati sul palazzo municipale e sulla cattedrale. Con l'imporsi delle strutture borghesi la città ufficiale, rappresentativa, si stacca dalla città popolare e tale schema è rimasto e si è anzi approfondito col tempo, determinando quartieri di diversa qualificazione sociale con i palazzi della borghesia vicini al centro e i rioni popolari ricacciati verso la periferia. Questa struttura monocentrica è alla base di tutte le maggiori città italiane, se si escludono pochi casi come Ferrara, che si è aperta secondo prospettive moderne già nel Rinascimento, offrendo un esempio avanzato e raro di modello urbanistico, in diverso modo imitato dalle ristrutturazioni settecentesche di città del Nord (come Parma), del Centro (come Roma) e in genere del Sud (come Catania o Ragusa). Ma le città italiane, pur rimaste chiuse e povere di grandi sviluppi fino al secolo scorso, offrono aspetti molto diversi, in rapporto alle varie funzioni che hanno svolto e alla differente impronta avuta dai regimi politici che hanno caratterizzato le varie parti del Paese.

 

Funzione della città. La prima grande distinzione per quanto riguarda le funzioni urbane è tra città del Sud e città del Nord. Queste sono in genere organismi vitali, con effettive condizioni urbane di vita e di economia; quelle del Sud sono cresciute come puri centri di potere, poveri di vita economica e urbanisticamente più informi. Esempi dell'urbanesimo meridionale sono, oltre alle grandi città come Napoli, Palermo, Catania, le cosiddette città-contadine, grossi centri che ospitano fino a 50.000 abitanti e che tuttavia hanno una struttura assai semplice, essendo dei grandi aggregati di case che ospitano contadini e salariati occupati nelle attività agricole dei vasti dintorni. Gli esempi più vistosi si hanno nella Puglia e in Sicilia, dove il grosso centro fa il vuoto intorno a sé, mancando nello spazio circostante la casa isolata. Questa è invece il risultato di un'appropriazione individuale del suolo avvenuta a spese del latifondismo e ha cominciato a imporsi anche nelle stesse regioni dominate dalle città-contadine. In questo quadro dell'urbanesimo italiano e della sua organizzazione nello spazio si possono individuare diverse funzioni prevalenti delle varie città, funzioni che interessano piccoli e grandi centri con attività industriali (anche al di fuori delle aree industrializzate, come Terni), centri con attività portuali (dalle città liguri a quelle tirreniche e adriatiche), città con funzioni eminentemente culturali (Urbino, Perugia, Pavia ecc.), città con funzioni turistiche (Rimini); specializzazioni che in diversa misura interessano anche numerosi piccoli centri.

 

Insediamenti rurali. Il fenomeno si è manifestato soprattutto nelle aree dove si è avuta una prima impostazione di tipo capitalistico dell'agricoltura (caso esemplificato dalle masserie della Puglia e della Sicilia) e nelle aree a orticoltura, come nel Napoletano, dove le case sparse sono ormai molto fitte negli orti irrigui. Nell'Italia Centrale la casa sparsa è legata al regime della mezzadria, cui si devono sia la villa signorile d'influsso urbano sia la dimora del mezzadro, attrezzata per le attività agricole. Simile schema si trova anche nel Veneto, come emanazione del capitalismo veneziano. Ma nell'Italia settentrionale l'insediamento rurale è contraddistinto da forme diverse pa ssando dalla pianura irrigua a quella asciutta: nella prima vi è la cascina come centro dell'organizzazione rurale, intorno ai paesi, nella seconda la casa sparsa sui poderi individuali di piccola e media dimensione. Caratteristiche particolari ha infine l'insediamento nell'area alpina, in rapporto all'organizzazione altitudinale dell'economia montana, con le sedi permanenti in basso, quelle temporanee (malghe) in alto. Tutta la trama dell'insediamento rurale è però in fase di trasformazione con la partecipazione sempre più stretta delle aree a economia tradizionale alla vita urbana e industriale.

 

Città del Nord. I principali centri promotori di questa trasformazione sono le grandi città, cominciando da quelle del Nord, dove l'armatura urbana avviluppa in un'unica e stretta maglia l'intero spazio tra Alpi e Appennini. In questa maglia un ruolo prioritario ha Milano, vera e propria capitale economica d'Italia, con le sue molteplici attività direttive, industriali e commerciali. Il suo raggio d'influenza si espande a larga parte d'Italia e coinvolge in modo diretto un'ampia porzione della Lombardia, dove si è venuta configurando una città-regione vitalissima e popolosa che conta 5-6 milioni di abitanti, esempio di megalopoli dai tratti funzionali che si allinea con altre fuori d'Italia per una certa sua esemplarità. Al comando di questa conurbazione, Milano è il fulcro dell'Italia settentrionale, centro di convergenza di strade, ferrovie e di interessi economici dove avviene anche la mediazione con l'Europa centrale; in particolare Milano è il vertice più forte del "triangolo" industriale, che comprende poi Torino e Genova. Torino è una città cresciuta con la sua possente industria automobilistica, con funzioni però troppo monocentriche rispetto alla regione piemontese, di cui è perno assoluto. Genova è lo sbocco sul mare del "triangolo", oltre che sede importante di industrie di prima trasformazione; si tratta, tuttavia, di una città povera di spazio, cresciuta intorno al suo porto, con poche alternative nell'arco ligure. L'armatura urbana dell'Italia settentrionale ha poi i suoi grandi assi nell'allineamento delle città sulla via Emilia (da Piacenza a Bologna) secondo uno schema funzionale di antica origine, e nelle città del Veneto, che formano l'entroterra di Venezia, tra Vicenza, Padova sino a Udine, mentre Verona ha un ruolo un po' autonomo come trait-d'union tra Italia padana e asse atesino, e Trieste sull'altro lato è stata mortificata come centro portuale dall'amputazione del suo entroterra.

 

Città centrali e meridionali. Nell'Italia centrale un ruolo fondamentale ha Firenze, vertice di un fitto e dinamico allineamento urbano che si espande lungo la pianura dell'Arno fino a Pisa e Livorno. Roma è una grande città milionaria che vive di sé, in una propria dimensione economica, povera di stimoli, benché oggi essa si profili come vertice di una fascia industrializzata che si allunga sulla direttrice per Napoli. La metropoli campana è l'espressione spontanea e fino a oggi mai corretta di un urbanesimo tipicamente meridionale: sempre povera di industrie, con funzioni portuali limitate, essa è cresciuta come centro della ricca borghesia del Sud, di cui è sempre stata la naturale capitale. Intorno alla città si stendono i centri popolosi della pianura campana e del golfo, con i quali forma una conurbazione che conta circa 3 milioni di abitanti, oggi in fase di industrializzazione. Sul lato adriatico alcune città si sono sviluppate come centri portuali e sedi delle prime industrie, tra cui Ancona, Pescara, Bari, Brindisi; ed è nella Puglia che si verificano i più interessanti sviluppi dell'urbanesimo, nei quali è interessata, oltre a Bari, Taranto, nuova importante sede di industrie. In Sicilia, le città maggiori, Palermo, Catania, Messina, così come Cagliari in Sardegna, sono tipiche città del Sud, cresciute con le rendite fondiarie delle borghesie locali, ma povere sempre di stimoli economici.

Aspetti economici

Testo completo:

Politica economica fino al 1950. L'Italia ha un'economia essenzialmente fondata sull'industria, ponendosi anzi nel novero dei Paesi industrialmente più sviluppati del mondo. Ciò è il risultato di un processo molto rapido: prima della seconda guerra mondiale l'Italia era infatti eminentemente agricola, benché non mancassero le industrie di tipo anche moderno, dislocate in alcune aree del Nord e innestate sull'economia capitalistica che, avviata nell'Ottocento, aveva privilegiato il settore tessile. Ma gli sviluppi dell'industria italiana, che aveva conosciuto i suoi primi slanci nell'era giolittiana, quando aveva preso avvio anche l'industria siderurgica e poi quella meccanica (già ai primi del Novecento si era verificato l'affermarsi di alcune grandi aziende, come la Fiat), non potevano essere consistenti e sicuri in un Paese come l'Italia, povero di materie prime e per di più con un mercato molto ristretto. La salita al potere del fascismo orientò l'economia verso forme chiuse, artificiose, di sostegno. La grande industria fu protetta con una politica doganale nel quadro di un regime autarchico, che cercò di reggersi puntando sulla ricchezza delle braccia e sull'espansione massima dell'agricoltura; tuttavia, tranne l'area padana, dove effettivamente l'agricoltura aveva caratteri capitalistici e un notevole dinamismo imprenditoriale, il rimanente mondo rurale era in genere poco produttivo e fortemente arcaico (latifondo e microfondo nel Sud, mezzadria nell'Italia centrale, piccola proprietà nell'area circumpadana). Comunque col dopoguerra l'Italia attuò un radicale cambiamento di politica economica: scelse l'Europa, entrando nel 1948 a far parte dell'OECE, l'odierno OCDE, l'organizzazione internazionale promossa dagli Stati Uniti per aiutare la ricostruzione economica dei Paesi europei mediante aiuti economici (il famoso piano Marshall).

 

Scelta europea. Nella progressiva apertura dell'economia italiana agli scambi con l'estero una tappa decisiva fu, nel 1951, l'adesione alla CECA, base e premessa per la futura Comunità Economica Europea, di cui l'Italia fu uno dei membri fondatori. Col 1951 nasce in pratica la moderna economia italiana, che adotta come criterio fondamentale di sviluppo un'industrializzazione la più accelerata possibile con un crescente inserimento delle importazioni e delle esportazioni a scapito, inevitabilmente, della solidità e del globale equilibrio delle strutture produttive. Questa economia industriale di scambi sfruttava ancora una volta l'unica grande risorsa a disposizione del l'Italia, ossia l'abbondanza di manodopera fornita dalle masse contadine sovrabbondanti del Sud e delle aree più arretrate del Nord, avvantaggiandosi così dei relativamente bassi costi di produzione. Era un taglio reciso con l'Italia rurale del passato, il che, se da un lato costituiva un indubbio salto di qualità implicante profonde ripercussioni sociali oltre che economiche, dall'altro poneva le premesse di quello sviluppo contraddittorio, che avrebbe finito col portare il Paese all'odierna situazione, con alcuni settori industrialmente ben sviluppati, altri del tutto carenti e con un'agricoltura rimasta povera e pressoché abbandonata a se stessa.

 

Internazionalizzazione. Le industrie che hanno avuto una funzione di guida nella fase di sviluppo sono state quella chimica (in particolare la petrolchimica) e quella meccanica, specie dei mezzi di trasporto. Entrambe sono industrie che sfruttano materie prime di cui l'Italia è pressoché mancante: il petrolio, il ferro e il carbone. Perciò l'industria è cresciuta dipendendo dalle importazioni; al tempo stesso la sua organizzazione industriale ha dovuto impegnarsi per il commercio estero, data la limitatezza di quello interno. Da ciò derivano i caratteri dell'economia italiana, che si è internazionalizzata specializzandosi nell'industria di trasformazione, con tutte le debolezze di un simile sistema, che può avere fasi miracolistiche e fasi depressionarie di estrema gravità. Il periodo di più forte espansione, che si definisce del "miracolo", è durato dal 1951 al 1963 e ha registrato tassi di crescita annua della produzione del 6%. In tale periodo il sistema economico italiano ha posto le proprie strutture fondamentali. Oltre alla grande industria privata (in testa è rimasta la Fiat) hanno assunto un ruolo di preminente rilievo le industrie di Stato, il quale partecipa direttamente alla gestione economica con la maggiore holding italiana, l'IRI, un ente creato nel 1933, cui si sono aggiunti nel 1953 l'ENI, preposto al settore, divenuto fondamentale, degli idrocarburi e successivamente ad altre imprese a partecipazione pubblica, presenti in vari settori produttivi, infine nel 1962 vi è stata la nazionalizzazione del settore dell'energia elettrica (ENEL), la più importante dopo quella, avvenuta al principio del secolo, delle ferrovie.

 

Trasformazioni e squilibri. Come si è detto, lo sviluppo industriale ha determinato profonde trasformazioni nella vita e nella società italiane (tra l'altro è stato pagato con il grande esodo dal Sud) e se è una norma costante che i rapidi mutamenti dei sistemi economici creino squilibri e contrasti, questi si sono presentati però più marcati in Italia che in altri Paesi. Appare infatti chiaro che il pur rilevantissimo sviluppo dell'economia italiana si è realizzato sulla base di fattori largamente occasionali, per spinte in gran parte sollecitate dal capitale del Nord, senza che lo Stato intervenisse opportunamente con un'adeguata programmazione volta a sostenere una crescita equilibrata e a risolvere i problemi di una società soggetta a radicali trasformazioni. Lungi dall'avere in qualche modo composto le preesistenti fratture del sistema produttivo, lo sviluppo economico ha presentato un aspetto sempre più marcatamente dualistico: il Centro-Nord da un lato e il Mezzogiorno dall'altro. Gli squilibri tra queste due grandi aree, ma anche quelli all'interno delle stesse regioni più avanzate, costituiscono uno dei problemi più gravi dell'Italia odierna.

Storia

Testo completo:

Una sintesi delle testimonianze paleolitiche italiane non può che essere qui presentata a grandi linee. Solo pochi siti verranno pertanto menzionati per le diverse epoche della preistoria più antica.

A una fase iniziale del popolamento della penisola, compresa tra 1 e 0,8 milioni di anni, risalgono le più antiche industrie rinvenute in Italia settentrionale (Ca' Belvedere di Monte Poggiolo in Emilia-Romagna), centrale (Monte Peglia in Umbria; siti della valle del Sacco nel Lazio, in provincia di Frosinone) e meridionale (Irsina, in Basilicata). Tra i 700.000 e i 500.000 anni si conoscono nella penisola diversi tecnocomplessi (il più consistente dei quali è quello rinvenuto nel giacimento di Isernia La Pineta, in Molise, con datazione K/Ar a 736.000 anni) caratterizzati da industrie su scheggia e su ciottolo e, in epoca di poco successiva, dai primi complessi a bifacciali (Forchione in Puglia, Notarchirico in Basilicata). Queste tradizioni litiche, in particolare quella dell'Acheuleano, saranno attestate in numerosi giacimenti per tutto il corso del Pleistocene medio e fino agli inizi del Pleistocene superiore. Si ricordano, tra i siti all'aperto, Fontana Ranuccio (Anagni), con datazione K/Ar a 458.000 anni, Castel di Guido e Torre in Pietra (Roma), le industrie acheuleane dell'isola di Capri ecc., oltre ai due giacimenti finora noti in grotta, grotta Paglicci (Foggia) e grotta del Principe ai Balzi Rossi (Ventimiglia). Di notevole importanza sono anche il giacimento di Visogliano, nel Carso Triestino, con industrie prevalentemente su scheggia, e le industrie arcaiche segnalate in diversi giacimenti della Sardegna, oltre alle numerose segnalazioni di complessi su scheggia e su ciottolo, di difficile identificazione cronologica, noti in Sicilia. Resti umani piuttosto frammentari, riferiti perlopiù alla variante europea di Homo erectus, sono stati rinvenuti in alcuni dei giacimenti di quest'epoca, in particolare a Castel di Guido, Fontana Ranuccio, Visogliano, Notarchirico e nella grotta del Principe.

Tra la fine del penultimo glaciale (Riss) e l'ultimo interglaciale (Riss-Würm), si assiste in diverse aree della penisola a una serie di importanti trasformazioni dei tecnocomplessi litici, caratterizzate dall'uso sempre più frequente della tecnica Levallois, dalla standardizzazione dello strumentario e dalla progressiva scomparsa dei bifacciali. In sintesi, questi processi di musterianizzazione delle industrie preannunciano i caratteri dei diversi complessi musteriani della prima parte del Würm. Questi ultimi sono largamente noti in tutta la penisola, con facies differenziate a seconda dei diversi aspetti tecnico-tipologici, tra cui assume particolare importanza la presenza o l'assenza della tecnica Levallois, o cronologici. Resti di Homo sapiens neandertalensis sono talvolta associati a queste industrie. Se ne ricordano i più importanti per il loro stato di conservazione, vale a dire i due crani provenienti dalle cave di Saccopastore e, soprattutto, il cranio e le due mandibole rinvenute nella grotta Guattari presso il monte Circeo (Latina).

La fase di transizione tra Paleolitico medio e Paleolitico superiore è caratterizzata dai complessi cosiddetti “uluzziani”, ben studiati in Puglia e in Toscana, che corrispondono cronologicamente allo Chatelperroniano francese e sono forse dovuti alle ultime forme neandertaliane presenti nell'Europa occidentale alla fine del Würm antico, intorno a ca. 45-40.000 anni fa. A questi complessi seguono le diverse fasi del Paleolitico superiore (Aurignaziano, Gravettiano ed Epigravettiano). L'Epigravettiano italico, compreso nelle sue diverse fasi cronologiche e regionali tra ca. 20.000 e 11.000 a. C., rappresenta nella penisola una continuità con la precedente tradizione gravettiana, che nell'area franco-cantabrica mostra invece un'interruzione da parte dei complessi del Solutreano, del Magdaleniano e dell'Aziliano. Si conoscono per quest'epoca in Italia alcune importanti manifestazioni artistiche in grotta, come per esempionella già citata grotta Paglicci, alla grotta del Romito (Cosenza) e nelle grotte dell'Addaura (Palermo) e di arte mobiliare, come alla grotta Polesini vicino a Tivoli.

Con gli inizi dell'Olocene, fenomeni di sedentarizzazione e mutamenti nelle attività economiche di sussistenza, quali per esempiolo sviluppo della raccolta di molluschi, l'inizio di uno sfruttamento intensivo delle risorse marine nelle zone costiere (grotta della Madonna a Praia a Mare, Cosenza, e grotta dell'Uzzo, Trapani) e l'ampliamento delle attività di raccolta dei prodotti del mondo vegetale, caratterizzeranno il modo di vita dei gruppi mesolitici e la loro produzione litica. Soprattutto nell'Italia settentrionale, dove sono stati individuati e studiati in numerosissimi giacimenti, questi aspetti della produzione litica assumono una precisa definizione nelle due facies culturali del Sauveterriano e del Castelnoviano, con caratteri generalmente simili ai siti contemporanei nel resto dell'Europa occidentale mediterranea.

Dopo il periodo mesolitico, durato pochi millenni e di cui l'Italia conserva non molte vestigia, iniziò l'influsso culturale delle civiltà neolitiche fiorite nel Mediterraneo orientale e nel Vicino Oriente dall'VIII millennio a. C., che apportarono grandi innovazioni, quali l'allevamento del bestiame, l'agricoltura, l'invenzione della ceramica, la tessitura. Tempi e modi della neolitizzazione, intesa come progressivo affermarsi dell'economia produttiva, variano nella penisola e nelle isole; tale processo può dirsi concluso nel corso del IV millennio a. C. La precoce apparizione di strumenti in rame nel Neolitico finale e l'introduzione dell'aratro a trazione animale costituiscono i presupposti per la stabilizzazione dell'insediamento che caratterizza l'Età del Rame, collocabile nel III millennio a. C.

In questa stessa epoca vanno sottolineati l'incremento degli scambi tra le comunità italiane e quelle degli altri popoli mediterranei e la prima comparsa di fenomeni di differenziazione sociale. Per tutto il successivo periodo dell'antica Età del Bronzo e agli inizi della media Età del Bronzo (ca. 2300-1400 a. C.) i fenomeni più notevoli che si registrano sono la crescente occupazione di siti umidi, dovuta a un periodo di inaridimento del clima; la nascita di abitati di grandi dimensioni e un primo abbozzo, in molte parti della penisola e delle isole, di gerarchia insediamentale; l'affermazione (soprattutto nelle zone appenniniche) di un'economia basata in buona parte sulla pastorizia. Dalla metà del II millennio a. C. si affermano per la prima volta facies culturali, come quella appenninica, diffuse, pur con “varianti” regionali, su gran parte del territorio nazionale; allo stesso periodo si datano i primi massicci contatti con la civiltà micenea, soprattutto nell'Italia meridionale e nelle isole.

L'Età del Bronzo finale (sec. XII-X a. C.) vede la diffusione del rito dell'incinerazione e la progressiva formazione delle facies culturali che caratterizzeranno la successiva Età del Ferro. È in questo periodo, inoltre, che si verifica una divisione tra le popolazioni di pianura, dedite a un'economia di tipo agricolo, e quelle delle fasce preappenniniche e appenniniche, la cui sussistenza era assicurata soprattutto dalla pastorizia. Di questa divisione e ancor più della successiva configurazione di facies culturali “regionali” dell'Età del Ferro (come Este e Golasecca al Nord, il Villanoviano dell'Italia centrale tirrenica, del Bolognese e della Campania, la cultura latina e quella picena ecc.) sono certamente un riflesso le divisioni “etniche” consegnateci dalle fonti letterarie e dai primi documenti di scrittura, a partire dalla fine del sec. VIII a. C. Sabini, Falisci, Sanniti, Equi, Volsci, Ernici dell'Italia tirrenica o delle zone appenniniche o Marrucini, Frentani, Japigi delle coste adriatiche emergono in questo periodo come “popoli”, “stirpi” o “tribù” la cui connotazione perdurerà nella divisione amministrativa dell'Italia romana. Alla prima Età del Ferro appartengono due massicci fenomeni di colonizzazione: quella dei Fenici, nella Sicilia occidentale e in Sardegna, quella dei Greci nella Sicilia centroorientale e nell'Italia meridionale.

 

 

Popolazione

(?)
Numero degli abitanti del Paese: 60550848
(?)
Percentuale degli abitanti del Paese che vivono nella citta': 68,38
(?)
Gruppi etnici piu' numerosi nel Paese:

Italiani (inclusi italo-tedeschi, italo-francesi e italo-sloveni a nord, italo-albanesi e italo-greci a sud)

(?)
Lingua piu' diffusa e altre minoranze linguistiche:

Italiano, tedesco (parte della regione Trentino Alto Adige), Francese (parte della regione Val d'Aosta), sloveno (parte della regione Friuli Venezia Giulia, in particolare Trieste e Gorizia)

(?)
Religioni:

Cattoli 90%, altri (inclusi protestanti, ebrei, musulmani) 10%

Demografia

(?)
Crescita in un anno del numero di abitanti (in percentuale): 0,63
(?)
Numero di bambini nati in un anno ogni 100.000 abitanti: 9,36
(?)
Numero di morti in un anno ogni 100.000 abitanti: 9,76

Media dell'area geografica: 7.7599999734334 (su un totale di 14 stati)

(?)
Numero di bambine che sono morte prima di aver compiuto cinque anni, ogni 1000 bambini nati: 3,50
(?)
Numero di bambini che sono morti prima di aver compiuto cinque anni, ogni 1000 bambini nati: 4,20
(?)
Numero medio di figli per donna: 1,38
(?)
Rapporto tra i sessi: 95,74
(?)
Rapporto tra i sessi alla nascita: 1,06
(?)
Eta' mediana degli abitanti del Paese : 43,19
(?)
Numero di anni che potrebbe ragionevolmente vivere un bambino che nasce oggi: 78,58
(?)
Numero di anni che potrebbe ragionevolmente vivere una bambina che nasce oggi: 83,98

Indice di sviluppo umano

(?)
Posizione / 179: 25

Indicatori economici

(?)
Valore dei beni e dei servizi prodotti in un determinato intervallo di tempo in un Paese: 2.198,73
(?)
Valore dei beni e dei servizi disponibili in media per ogni abitante in un anno: 36.266,90
(?)
Percentuale della spesa annuale dello Stato per la salute dei cittadini : 14
(?)
Percentuale della spesa annuale dello Stato per l' istruzione dei cittadini : 11
(?)
Percentuale della spesa annuale dello Stato per le armi e l'esercito : 4
(?)
Quantita' di denaro che e' stata prestata al Paese da governi, enti pubblici o privati di altri Paesi: 0,00
(?)
Differenza tra il numero di persone immigrate nel Paese e il numero di persone emigrate dal Paese: 1998926

Indicatori socio-sanitari

(?)
Percentuale dei bambini vaccinati a spese dello Stato contro le principali malattie infettive (tutti gli altri non vengono vaccinati): 100
(?)
Percentuale delle donne incinte che riceve assistenza gratuita durante la gravidanza e il parto (e altre donne non ricevono assistenza): 99
(?)
Percentuale di abitanti delle citta' che ha facilmente a disposizione acqua potabile (tutti gli altri non hanno accesso ad acqua potabile): 100
(?)
Percentuale di abitanti della citta' che ha a disposizione servizi igienici adeguati ed una rete fognaria (tutti gli altri non hanno servizi igienici): 100
(?)
Percentuale di tutti gli abitanti del Paese che ha facilmente a disposizione acqua potabile (tutti gli altri non hanno accesso ad acqua potabile): 100

Istruzione

(?)
Percentuale della popolazione femminile tra i 15 e i 24 anni che sa leggere e scrivere (tutti le altrei sono analfabete): 100
(?)
Percentuale della popolazione maschile tra i 15 e i 24 anni che sa leggere e scrivere (tutti gli altri sono analfabete): 100
(?)
Percentuale di bambine e bambini iscritti alla prima classe della scuola elementare che raggiungono il quinto anno (tutti gli altri non terminano le elementari): 100
(?)
Percentuale delle bambine iscritte alla scuola elementare tra coloro che hanno l'eta' prevista (tutte le altre non vanno a scuola): 99
(?)
Percentuale dei bambini iscritti alla scuola elementare tra coloro che hanno l'eta' prevista( tutti gli altri non vanno a scuola): 100
(?)
Percentuale delle ragazze iscritte alla scuola superiore tra coloro che hanno l'eta' prevista (tutte le altre non vanno a scuola): 95
(?)
Percentuale dei ragazzi iscritti alla scuola superiore tra coloro che hanno l'eta' prevista (tutti gli altri non vanno a scuola): 94

Comunicazioni

(?)
Numero linee telefoniche ogni 100 abitanti: 36,38
(?)
Numero di telefoni cellulari ogni 100 abitanti: 157,93
(?)
Percentuale degli abitanti del Paese che ha accesso a Internet e lo usa (tutti gli altri non hanno accesso ad Internet): 56,80

Trasporti

(?)
Chilometri di strade ogni 100 Km quadrati:

 

(?)
Chilometri di rete ferroviaria ogni 100 Km quadrati:

6,6